Il blogSulla settima arte

I Vitelloni, Federico Fellini

Un quadro della gioventù italiana di inizio anni ’50 bloccata in se stessa, quella disegnata e rappresentata sfacciatamente nella parabola Felliniana. Una gioventù sprovveduta, che si lascia osservare divertita con allegria e curiosità, con lo sbocciare del caratterista Alberto Sordi che regala sorrisi e spensieratezza, addentrandoci in ogni giornata dei cinque ragazzi per poi condurci al treno in partenza, dove uno di loro, in silenzio, andrà per la sua strada, finalmente deciso a cambiare rotta e desideri.

Stento a credere di aver visto una pellicola come questa a tanti anni di distanza senza ricordarmi molto della sua visione eppure mi è parsa come una foto ricordo che non guardando da tempo, ho provato un qualcosa di indefinibile a parole e a sensazioni che avevo completamento rimosso, comparendo davanti ai miei occhi come una nuova luce, una nuova visione che ha richiamato un mondo, quello di oggi che necessita per identità e vita personale la riscoperta accurata del cinema classico.

Fellini -si sa – è da capire, è da sentire. Raccontare in maniera fluida e così onirica delle semplici giornate di puro ozio di cinque giovani “bambinoni” senza occupazione alcuna nell’Italia Neorealista del dopoguerra, appunto i “Vitelloni” del titolo, terza opera di Federico Fellini, è magia e ritmo incalzante, complice il bianco e nero neorealista di chi con il cinema ha un rapporto di amore, connessione universale: ancora lontano da “Otto e mezzo”, “La dolce Vita” e “Satyricon”, Fellini utilizza la macchina da presa come uno spettro che aleggia leggero sopra l’Emilia Romagna del 53′( stesso anno del filmico) per soffermarsi sulle giornate di cinque amici, uomini ancora legati all’infanzia, inconsapevoli della loro vita e incapaci di seguire i propri desideri, soffermandosi a fissare il mare di Rimini, annoiandosi parlando degli altri e partecipando alle feste di paese.

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