Sulla settima arte

Il sospetto, Thomas Vinterberg

Avete mai conosciuto una persona che ha tentato in tutti i modi di farvi sentire fuori posto, alienato dal gruppo di appartenenza e allontanato da una comunità locale gremita o magari da diversi contesti familiari per via magari di un “rifiuto”, una non corrispondenza ricevuta nei suoi confronti o semplicemente una profonda gelosia nei vostri confronti per la vostra naturalezza e spontaneità di comportarvi con gli altri e avere riscontri efficaci anche verso gli sconosciuti, tali da non potervi avere più vicino e per non avervi nei paraggi, fare in modo che le persone attorno a voi pensassero male e si creassero inutili pensieri paranoici volti ad allontanarvi e metterli/indirizzarli/ nella condizione insana di essere contro di voi in modo tale che qualunque cosa voi avreste pensato o sentito di dire verso di loro si sia infine conclusa in silenzio con un battito di ciglia ed un sorriso tanto da non dire più nulla per l’assurdità dell’evento e continuare per la vostra strada ma prima di ciò, avere a tratti delle reazioni aggressive di protesta e perplessità tali da poter passare apparentemente dalla parte del torto?

Lucas, ex insegnante delle scuole medie e ora educatore nell’asilo nido di città, si ritrova in un contesto similare nel giro di pochi mesi dopo la separazione e la complicata situazione con il giovane figlio Marcus: difatti l’uomo, sensibile individuo amante della tranquillità accompagnata dalle bevute in compagnia di amici e da un magnetico fascino prorompente, ligio di natura e incline a giocare apertamente con i bambini del nido, si ritrova ad un tratto in una rocambolesca situazione di equivoci e fraintendimenti che lo metteranno a dura prova.

Tutto comincia e ha inizio quando la piccola Klara, prepara una letterina con un cuoricino ricamato da lasciare all’uomo per manifestare amore e attaccamento: classico gesto tenero di una bambina dell’asilo nei confronti del suo sognante insegnante dolce e preferito, tanto da creare nei racconti delle bambina nei confronti della scombussolata e allibita Preside di turno, il sospetto di pedofilia: inutile dire che il comportamento di Lucas è stato un maturo e accurato rifiuto di un uomo di mezza età solitario nei confronti di una delle piccole bambine della sua classe, ma la propensione affettiva di Klara, assieme a delle foto per adulti mostrate dal fratello con una battuta ad indicargli le parti intime dell’uomo in sé presente nel video, associate a quelle dell’insegnante e riportate così dalla bambina in maniera frammentata e sconclusionata alla Preside e poi successivamente ad una seconda figura di accertamento e controllo come quella dello psicologo per confermare i fatti presunti accaduti, hanno fatto sì che scattasse il meccanismo psicologico di diffidenza e distaccamento nei confronti di Lucas, ritrovato così totalmente alienato e allontanato da tutti coloro che lo conoscevano da tempo, persino dal suo migliore amico, per di più come se non bastasse a peggiorare le cose e a rendere complesso il poterle risolverle, padre della piccola Klara.
La pellicola datata 2012 diretta dal cineasta danese e fondatore del collettivo “Dogma 95” assieme al collaboratore e qui presente anche nelle vesti di produttore esecutivo dell’opera Lars Von Trier, come presente nello stesso ruolo anche nel prestigioso capolavoro datato 1998 “Festen”, mostra in modo nitido, a basso budget, privo di set costruiti, effetti speciali, colonne sonore se non i suoni dei personaggi e della natura circostante/rumori diegetici che il rinomato dogma rispetti sin dagli inizi e nella fedeltà degli stilemi e cifre stilistiche della Settima Arte, la difficoltà nella consapevolezza e della capacità spesso da parte dell’essere umano di sentire in profondità il proprio cuore senza farsi abbindolare ed ingannare dai processi mentali che determinano l’associazione di un gesto o di un’immagine vista o pensata per associazione o scambio di idee e pareri, automaticamente alla partitura di uno svolgimento concreto di una situazione mai davvero accaduta con l’aggravante che se a dirlo è una bambina, come sostiene la Preside di turno, non può che essere di fatto una verità inconfutabile.
Mads Mikkelsen, il quale considero tra i caratteristi danesi e non, devoti alla Settima arte tra i più consapevoli e profondi in circolazione degli anni 2000 se non tra i primi 10 di tutti i tempi, da e concede ancora una volta prova raffinata e decorosa al millimetro attraverso le espressioni mimiche facciali e soprattutto di una forma complessiva in stato di grazia dove, le relazioni pure e amorose, si complicano dal momento che la comunità è influenzata negativamente da un pensiero latente e invasivo tanto da creare una vera e propria realtà contorta da “incriminare” con ossessione e accanimento una persona qualunque fino all’esilio e all’isolamento, senza modo di potersi redimere o provare la sua innocenza.
In questo caso la macchina da presa è fissa sugli sguardi vitrei di Lucas e nel contornare le angolazione e i visi nei confronti dei suoi amici/aguzzini e per di più il suo volto angelico, sofferente, sconcertato e senza parole, riesce con inerzia e integrità a reagire, guardando negli occhi le persone corrotte e prova del coraggio di fissarle diretto e indomito negli occhi, comunicandogli il loro pensiero tanto da provare la sua totale assenza di colpa da un evento mai accaduto e potuto pensare dai modi gentili di Lucas di avvicinarsi con i bambini per il suo ruolo svolto con impegno e serietà quotidianamente.
Magistrale la scena della Chiesa dove Klara recita in coro di Natale con tanto di cappello rosso di Santa Claus e tra commozione e ciglia si rivalsa, Lucas si volta e guarda fissa la macchina da presa, osservando non solo noi spettatori/osservatori/testimoni ma lo stesso migliore amico e padre di Klara colto a parlargli di spalle assieme alla moglie fino a suscitarle la presa di posizione con lo scuotere l’uomo e la donna dalle assurdità covate nei suoi confronti fino a farli ricredere del tutto e al cambio di atteggiamento e di rispetto.
Thomas Vinterberg riesce ancora una volta a farsi ricordare per un’opera rara la quale ho avuto il piacere di vedere quattordici anni dopo e difatti, nell’ultima sequenza di immagini in movimento, dove si sta disputando l’accompagnamento di Lucas alla battuta di caccia del figlio Marcus, uno sparo improvviso colpisce un albero accanto all’uomo come segno di avvertimento, lasciandolo ancora una volta perplesso dinanzi all’ignoto: come se un qualcosa di quella vicenda specifica da parte della comunità non fosse stata del tutto placata e chiarita o di come l’ignoranza evidentemente possa pericolosamente prendere il sopravvento tra molti e troppi tanto da creare paura e spesso una conseguente violenza

Il sole illumina di netto il volto di Lucas tra gli alberi ed il filtro riflesso nei suoi occhiali da vista mentre, la sagoma spettrale della persona con in braccio il fucile fumante si allontana, voltandoci le spalle di corsa, sparendo e dissolvendosi attraverso una natura silente

Stacco di campo,
schermo nero,
Silenzio perpetuo

Lode alla cinematografia danese

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