
La Casa dei matti: una storia russa
Un treno nella notte, agghindato da luci natalizie, attraversa la stazione di Inguscezia, al confine tra la Russia e la Cecenia: il treno illumina il buio circostante, viaggiando imperterrito senza orizzonti e varcando la dimensione del desiderio e del sogno, un sogno lucido o desiderato?
A bordo dei vagoni le persone rimangono ammaliate dal chitarrista e cantante Bryan Adams sulle note della struggente “Have You Ever Really Loved a Woman?”, tormentone del cantante datato 1995 mentre li conduce e proietta lontano da tutto ciò che li circonda, verso un viaggio oltre lo spazio ed il tempo, dai colori pastello che tracciano la rotta verso l’infinito.
Siamo nel 1996 ed il tutto è osservato di sera dagli interni di un ospedale psichiatrico, composto da 20 pazienti tra i quali disabili, disagiati e alienati sociali, dove l’occhio della macchina da presa da parte del regista sovietico Andrej Končalovskij, si posa in particolare su Zhanna, la dolce interpretazione da parte di Yuliya Vysotskaya, moglie del regista della pellicola, qui ammaliante donna schizofrenica e suonatrice di fisarmonica, incantatrice del luogo cupo e sbiadito che abita il quale verso sera si concede una leggera “pausa”, osservando e sognando dalla finestra il treno che passa e illumina la notte: Zhanna all’interno dei vagoni ci vede il folle amore per il cantante Bryan Adams, immaginando che il musicista e anche fotografo la porti via per sempre da quella struttura, da quella realtà e da quel contesto sociale pronto a dilagare di lì a poco nel caos più totale.
Il contesto de “La casa dei matti”
Durante i bombardamenti del primo conflitto Ceceno del 1996, i medici dell’ospedale psichiatrico nella quale è ambientata la vicenda “La casa dei matti”, opera diretta da Končalovskij nel 2002, abbandonano immediatamente i pazienti internati, lasciandoli in balia di se stessi e di ciò che verrà.
Soldati Ceceni e russi si troveranno in momenti diversi ad ospitare l’ospedale, sparando all’impazzata credendo di colpire l’avversario per poi accorgersi in realtà di non trovare il rispettivo nemico ma dall’altra parte solamente se stessi, nella loro più totale e isolata follia, percependo il luogo ospitante come un labirinto dove i sabotatori, cecchini e uomini di fanteria cercano banditi ma trovano i propri compagni inseguirsi a vicenda, senza un senso per poi continuare la ricerca al di fuori dal manicomio. In tutto ciò l’autogestione degli internati, fatta di canti, balli e suonate di fisarmoniche per poi concedersi sul finale, dopo la polka e sempre verso sera, lo sguardo fuori dalla finestre oltre le vetrate di quegli angusti spazi, osservando il treno composto dalle luci, come lucciole che incantano la strada sulla quale Bryan Adams continua a portarci lontano.
Personaggi errabondi e grotteschi ci lasciano ispirare ai ricordi del Cinema di Federico Fellini e l’assurdità del contesto ci fa pensare invece inevitabilmente a “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman del 1975 dove ai tempi un Jack Nicholson, in forma smagliante, ci portava alla riflessione sugli internati e sulla loro presunta “pazzia” e se questa realmente non fosse il mondo al di fuori da quelle strutture stesse ad esserne impaurito da ciò che non comprende, capisce fino in fondo e che non piace all’esterno dagli ospedali, tanto da arrivare ad internare le persone, divenute pazienti, in vere e proprie prigioni della mente nella quale è internata la stessa mente umana.
Il regista
Končalovskij è comparso in “L’infanzia di Ivan” del 1962 diretto dall’amico/regista Andrej Tarkovskij e si è occupato della sceneggiatura in “Andrej Rublëv” del 1966. Fedele agli stilemi del cinema russo, rifugge dai meccanismi di Hollywood focalizzandosi sulla delicata tematica del conflitto ceceno-russo per raccontare l’umanità e su ciò che sia realmente ritenuto “pazzia” a seconda anche del contesto in cui si muovono e vivono gli esseri umani.
Dopo quei 104 minuti viene da domandarsi chi è realmente matto.
Articolo di Luca Pugliese – nightwalkerdj

